Creep- Radiohead

Una delle canzoni che più mi rappresentano. Ogni parola è perfetta per descrivermi.

When you were here before, couldn’t look you in the eye

You’re just like an angel, your skin makes me cry

You float like a feather In a beautiful world

 I wish I was special , you’re so fucking special

But I ‘m a creep, I ‘m a weirdo

What the hell am I doing here?

I don’t belong here

I don’t care if it hurts, I want to have control

I want a perfect body, I want a perfect soul    

I want you to notice when I’m not around

I wish I was special, you’re so fucking special

But I ‘m a creep, I ‘m a weirdo

What the hell am I doing here?

I don’t belong here

She’s running out again

She’s running out…

She runs, runs, runs, runs, runs

Whatever makes you happy, whatever you want

You’re so fucking special, I wish I was special…

But I’m a creep, I’m a weirdo

What the hell am I doing here?

I don’t belong here

Segreti

  • Adoro quando le altre persone scrivono cose per me. Lettere, biglietti o semplici pezzi di carta, se arrivano da persone importanti, io tengo tutto.
  • Mi piace ascoltare musica allegra in macchina. Ascolto di tutto, One Direction compresi -nonostante i miei 21 anni- e cantare a squarciagola fino a non sentire più i miei pensieri.
  • Odio le carote (e no, non è un segreto questo).
  • Sono una maniaca dell’organizzazione, anche se poi, alla prima difficoltà o distrazione, mi blocco ritrovandomi subito dopo in mezzo al caos.
  • Per i tanti lettori che me lo hanno chiesto: sì,  la storia di “Francesca” è vera ed anche autobiografica, per quanto faccia male ammetterlo.
  • Ho paura di stare sola.
  • Soffro di una terribile ansia universitaria, sento di dover raggiungere risultati esagerati, cosa per cui passo giornate intere senza fare altro che studiare. Per questo mi scuso con tutti coloro che seguono questo blog e che non hanno avuto più mie notizie da mesi.

Hallelujah

Carissimo Jeff,
perché continuo a chiamarti così solo il tempo sa dirlo, ma ti ho sempre chiamato così e rimarrai sempre tale, anche quando saremo entrambi sposati, con figli e a centinaia di chilometri di distanza. Jeff, per me tu eri l’Hallelujah di Jeff Buckley, la luce in fondo al tunnel. Tu, che come un bambino non ti accorgevi di nulla, non vedevi il mostro che mi divorava. Ed io, che sono da condannare e non da biasimare se non ti dicevo mai nulla, se non mi piegavo a raccontarti la verità, i miei pensieri più profondi. Ero troppo piccola per capire quanto sia importante la verità, troppo spaventata da quel mostro per riuscire a lasciarmi andare. Non capivo davvero e Jeff, anche tu non hai mai capito niente. Sì, lo dico proprio a te. Siamo due stupidi, troppo ciechi quando dovremmo invece guardare, troppo sordi quando dovremmo invece ascoltare, troppo cauti quando dovremmo essere impulsivi, troppo assurdi anche se io e te sembriamo così ragionevoli. Vorrei continuare con questa lettera, ma non riesco ad andare oltre, il solito freno a mano che ormai caratterizza me e caratterizza te. O forse solo le lacrime che mi annebbiano la vista, ma non preoccuparti, ho avuto tanto tempo per abituarmi a queste. Vorrei solo dirti un ultima cosa: apri gli occhi.

Well I heard there was a secret chord
that David played and it pleased the Lord
But you don’t really care for music, do ya?
Well it goes like this :
The fourth, the fifth, the minor fall and the major lift
The baffled king composing Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah…

Well your faith was strong but you needed proof
You saw her bathing on the roof
Her beauty and the moonlight overthrew ya
And she tied you to her kitchen chair
She broke your throne and she cut your hair
And from your lips she drew the Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah…

(Yeah but) Baby I’ve been here before
I’ve seen this room and I’ve walked this floor, (You know)
I used to live alone before I knew ya
And I’ve seen your flag on the marble arch
and love is not a victory march
It’s a cold and it’s a broken Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah Hallelujah…

Well there was a time when you let me know
What’s really going on below
But now you never show that to me do ya
But remember when I moved in you
And the holy dove was moving too
And every breath we drew was Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah…

Maybe there’s a God above
But all I’ve ever learned from love
Was how to shoot somebody who outdrew ya
And it’s not a cry that you hear at night
It’s not somebody who’s seen the light
It’s a cold and it’s a broken Hallelujah

Hallelujah Hallelujah Hallelujah …

Vittoria

Carissima Viki,
sto cercando le parole da molto tempo, ma ora, a quasi 4 mesi dall’accaduto credo sia arrivato il momento di scriverle. E non voglio farlo in modo plateale come hanno fatto tutti quelli che dicono di essere stati tuoi amici, voglio farlo in questo angolo di web che nessuno, tra quelli che conosco, ha mai scoperto. Innanzitutto voglio dirti che sì, avevi ragione, la nostra classe era maledetta, ma non ti ho voluto credere quella volta che me lo hai detto. Vediamo, io ho fatto l’esame di maturità il 29 giugno, quindi doveva essere il 27 o il 28 quando mi hai svelato questa verità invisibile. E ricordo anche il momento: stavamo sulle scale della scuola io, Giovanni, tua mamma e te, che non riuscivi a stare seduta per l’agitazione. Avevi una giacca elegante blu, i capelli raccolti, la tesina tra le mani e ridevi per quanto eri nervosa.
“La nostra classe è maledetta: 5 anni insieme e ancora nessuno è qui a supportarti nel giorno più importante della vita da liceale”
“Io sono qui a supportarti!”
“E’ vero, ma sarà uno dei nostri ultimi momenti insieme! Poi tu farai economia e io penso che mi iscriverò a lettere. Dovevi venire a lettere con me! Lo ha detto anche la Rossi!”
“Non sono sicura di voler vivere di letteratura!”
“Non puoi esserne sicura finché non ne vivi davvero! Posso ripeterti la mia tesina ora?”
Eri sempre così entusiasta quando parlavi di qualcosa! La tesina non era da meno, ma quando parlavi di libri di poesie! Avrei continuato ad ascoltarti per tutte e 5 le ore che passavamo ogni giorno come compagne di banco! Ogni giorno avevi un libro nuovo, ogni giorno scrivevi qualcosa di diverso e spesso scrivevi anche nella mia moleskine. Ho tenuto tutte le tue lettere, sono andata a rileggermele un paio di mesi fa.
Ricordo quando sei uscita dall’aula dell’esame, ti veniva da piangere per la gioia e hai abbracciato tutti.
“Adesso cosa farai quest’estate?”
“A lettere non ci sono test d’ingresso, quindi penso mi leggerò tutta La Recherche di Proust”
“Tutta? Sei matta sono 7 volumi!”
“Un libro non è troppo lungo se è bello!”
“Pazza…” e non mi hai lasciato finire la mia frase che mi hai abbracciata: “Promettimi che lo leggerai un giorno!”
Così pensavo a Proust mentre guidavo verso Castello di Godego a ottobre, quando dissi a me stessa che dovevo essere forte perché tu avresti voluto così, e invece quando in chiesa è entrata la bara sono crollata a piangere tra le braccia di chi mi stava accanto (penso fosse Anna). Pensavo a Proust mentre seguivamo il corteo fino al cimitero, lento e silenzioso, interrotto dai singhiozzi. E pensavo a Proust mentre ti seppellivano sulle note del tuo amato Battiato, mentre tutti se n’erano andati. E’ stato in quel momento che ti ho sentita: ho percepito un soffio d’aria troppo gelida per essere ottobre, aria leggera come un sorriso, delicata come una carezza e fredda come la morte. Eri lì. Pensa che stupido: sentire una che non crede in un paradiso, dire di aver sentito la presenza un’amica defunta, scriverle una lettera che sa già che non leggerà. Eppure devo fissare i miei pensieri e voglio farlo a modo tuo: in una semplice lettera che non potrei destinare a nessuno se non al tuo ricordo.
Concludo confidandoti che le lacrime non sono riuscita a trattenerle nemmeno stavolta, ma so che tu mi guarderesti con finta aria di rimprovero per poi metterti a ridere.
Proust lo leggerò, te lo prometto.

Joyce

Joyce

Capisci Joyce solo dopo aver visto Dublino. Dopo quel viaggio posso dire che Ulysses e The Dubliners sono tra i miei libri preferiti. Amo i suoi toni malinconici e leggermente cupi, grigi come il cielo della sua città, amo il suo modo di scrivere libero da vincoli e amo il modo in cui riesce a riflettere i luoghi nei propri personaggi ed i personaggi nei luoghi in cui vivono.
Per me che amo immedesimarmi nei personaggi, questa caratteristica di Joyce è stata una piacevole scoperta: ad ogni riga mi rivedo camminare tra le strade del centro di Dublino, Temple Bar, la costa… tutto “Ulysses” trasuda Dublino in ogni pagina e “The Dubliners” è un perfetto ritratto della sua gente. E non è un caso che mi riferisca alle sue opere chiamandole in lingua inglese, ma non mi sono mai azzardata a leggerle in italiano (e non solo per fini scolastici) in quanto trovo che l’autenticità di uno scrittore si intuisca solo leggendo nella lingua in cui questo esprime il proprio pensiero. Pare di cogliere perfino un vago accento irlandese, come se a raccontare la storia fosse un cittadino dei bassifondi, non certo un erudito scrittore di fine ‘800. Forse è proprio questo che mi ha fatto amare profondamente James, tanto da dedicargli un tributo per il suo compleanno: il saper rappresentare una città e la propria gente in maniera perfetta, una dettagliata fotografia di una realtà che sembra andata perduta ma che rivive tra le righe dei suoi scritti.